Nel 2008 si festeggia un importante compleanno, quello dei cinquant’anni degli essere viventi di colore blu più famosi del pianeta: i Puffi.
A renderli popolari in tutto il mondo è stato indubbiamente il cartone realizzato negli anni ‘80 da Hanna & Barbera, ma i puffi sono nati in realtà dal genio del fumettista belga Pierre Culliford, in arte conosciuto come Peyo, ed hanno fatto la loro prima apparizione come personaggi secondari di un episodio della serie Johan e Pirlouit, che in Italia conosciamo come John e Solfami, ambientata nel medioevo. Potete vedere la primissima apparizione dei Puffi nella vignetta qui in basso. Da allora e per cinquant’anni gli omini alti “tre mele o poco più” sono diventati personaggi di enorme successo internazionale. Eccovi una serie di fatti e curiosità sulle creature blu.

Come si chiamano i puffi nel resto del mondo?
I Puffi hanno origini belghe, ed il loro nome originale, in francese, è Les Schtroumpfs. In Italia si è scelto ti chiamarli puffi per l’assonanza di questo termine con “buffo”, rinunciando invece al suono originale, “strumpf”, troppo vicino a quello di una ben nota parola volgare.
L’origine del nome Schtroumpf risale ad un particolare aneddoto secondo il quale Peyo, per chiedere all’amico fumettista André Franquin di passargli una saliera, si trovò a dire “passami il… puffo” («passe-moi le… schtroumpf!»). Questo episodio diede origine ad un’intera conversazione in cui la parola “puffo” spuntava di frequente a sostituire nomi e verbi (proprio come siamo abituati a sentir parlare le creaturine blu nel cartone animato).
Conosciuti come Smurfs nel mondo di lingua inglese, i puffi si chiamano Pitufos in Spagnolo, Schlümpfe in tedesco, Dardasim in ebraico, Törpök in ungherese, Sumaafu in giapponese e lán jīng líng in cinese.
Il cappello dei Puffi
In passato alcuni critici hanno associato il cappello bianco a punta dei Puffi ai cappucci del Ku Klux Klan, la confraternita statunitense fautrice della supermazia bianca. L’idea è nata dall’osservazione che Grande Puffo, il capo dei Puffi, veste di rosso proprio come il leader del KKK. In realtà i puffi vestono un berretto frigio, che nell’antica Roma era indossato dagli schiavi liberati e che si è trasformato in un simbolo universale di libertà durante la Rivoluzione Francese.

Puffetta
Puffetta era originariamente bruna, e non è nata nel Villaggio dei Puffi: Gargamella l’ha creata con la magia per portare disordine e caos tra i suoi simili maschi. Quando Puffetta è diventata buona e si è unita alla comunità degli omini blu, assieme alla sua personalità è mutato anche il suo colore di capelli.
Peyo a quanto pare ha intenzionalmente fatto di Puffetta l’incarnazione di uno stereotipo maschilista, e questo lo ha condotto a non pochi problemi e fraintendimenti con la NBC, la rete statunitense che ha prodotto il cartone animato dei Puffi. Per usare le parole del disegnatore: “[Puffetta] è bella, bionda ed ha tutte le caratteristiche di una donna. E’ una seduttrice, ottiene quello che vuole più con l’inganno che con la forza. Non riesce a raccontare una barzelletta senza anticiparne il finale, è una chiacchierona ed una pettegola ma fa solo commenti superficiali. Insomma crea costantemente enormi problemi tra i Puffi ma riesce sempre a dare la colpa a qualcun’altro”.

Numeri
Esistono 105 puffi, e solo tre di loro sono di sesso femminile: Puffetta, Puffetina e Nonna Puffa.
Sono state prodotte ben nove stagioni animate dei puffi, per un totale di 414 episodi e sette speciali.
Il valore commerciale dei Puffi è stimato intorno ai quattro miliardi di dollari (2.739.000.000 €).
Tradotti in più di trenta paesi, gli omini blu hanno prodotto dai cinque ai dodici milioni di dollari ogni anno per cinquant’anni solo grazie alle loro royalty.
I Puffi e l’UNICEF
Quello qui in basso è uno sconvolgente spot televisivo mandato in onda in Belgio nel 2005, nel quale l’irraggiungibile villaggio dei Puffi viene bombardato. Il video è stato commissionato da UNICEF ed approvato dalla famiglia di Peyo, e lo slogan che lo accompagna recita “Non lasciate che la guerra distrugga l’infanzia”.
Lo spot ha contribuito in buona parte a portare a termine con successo la raccolta di fondi per la riabilitazione ed il recupero degli ex soldati-bambini del Burundi e della Repubblica Democratica del Congo, entrambe un tempo colonie belghe. [fonti: Neatorama, Wikipedia, Yahoo Directory]
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